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Nel canto XIII dell'Inferno sia l'orrida descrizione della selva, sia di quanto d'involuto v'è del linguaggio, mettono in rilievo come il suicidio nasce dall'ubbidienza del più illogico degli impulsi e dall'incapacità per l'uomo di dominare con la ragione le ingiustizie che spesso lo sconvolgono



 

Nel canto XIII dell'Inferno Dante si ritrova in una selva, che subito denota delle caratteristiche strane, inquietanti: "non verde fronda, ma di color fosco...", non arbusti "schietti", ma rami nodosi: Già nella prima terzina riferita all'oscura macchia, Dante, con un triplice " non...ma..." mette di fronte la selva normale e quella sinistramente "diversa" dell'Inferno. Insomma, in questo tipo di confronto("speculare", dice il Buti), dalla negazione del normale nasce l'anormale. Infatti, quando si pone una cosa davanti allo specchio, essa è all'incontrario rispetto all'originale, e tale è la selva infernale rispetto a quella comune: E', quella infernale, una selva orribile e stupenda allo stesso tempo. Infatti essa è un capolavoro dantesco: al silenzio siderale segue il latrato e l'urlo, al nero segue il roseo colore degli scialacquatori nudi, alla quiete un saettare di "nere cagne". Il silenzio iniziale, rotto qua e là da lamenti, è terribilmente opprimente e c'è, nota sempre il Buti, una sorta di clima ascendente nel grido sanguinoso( "Perché mi schiante?, "Perché mi scerpi?") di Pier della Vigna. Qui la selva rivela finalmente la sua terribile natura: le piante sono in verità uomini-alberi. L'abilità di Dante è proprio quella, nota acutamente la Spitzen, di creare creature che non rientrano nell'ordine logico-gerarchico medievale-cristiano. Sono creatura mostruosamente anti thn fusin( contro natura) e dunque sono illogiche.

E' illogico anche il suicidio stesso, come riconosce tristemente anche Pier della Vigna. Egli infatti butta via ciò che la natura gli ha dato, il corpo, per un " disdegnoso gusto". Cosa, dunque, vi è di più illogico del distruggere il proprio corpo e, con esso, il proprio destino?. Pier della Vigna, infatti, non sarebbe certamente finito all'Inferno senza il suicidio: Ma questo, oltre a essere segno di terribile illogicità, denota anche una estrema debolezza d parte di colui che la compie. Infatti Piero, suicidandosi, rifiuta il confronto con le menzogne infamanti la paura, trema e si dispera nel vede la propria fama gettata nel fango. Proprio lui, uomo di giustizia, secondo un critico, cede all'ingiustizia, non facendo ricorso ai tribunali. E', il suo, un gesto debole, vile nel rifiutare il confronto e cercare la fine delle proprie sofferenze nel suicidio. Ma, si badi, esso non è sempre indice di debolezza. Mi viene da pensare a casi come quello di Seneca, nell'antichità, o quello di Rommel in tempi più recenti.Anche in Dante, con Catone l'Uticense, si ha un esempio di suicidio non da debole, ma piuttosto da virtuoso.

A riprova di quanto il suicidio sia deleterio, in quanto illogico e "debole", Dante dipinge una pena orribile per Pier della Vigna e quanti, come lui, hanno gettato via il corpo e non sono stati più forti delle ingiustizie che li sconvolgono. Infatti, nell'ora del giudizio, essi non potranno ricongiungersi ai propri corpi, da loro rifiutati. Inoltre, come esacerbazione della pena, essi dovranno appendere alle loro carceri vegetali i propri corpi, trascinati fino a lì. Le piante, ormai, sono parte integrale di loro, e tutto, nei suicidi, è orribilmente ibrido, anche la loro parlata. Non è un caso, dunque, che Pier della Vigna giuri, tragicamente, per la sua vita di vegetale, :"per le nove radici d'esto legno".



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